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La cura del gioco d’azzardo patologico nei Lea , Rusciano (AsTro): “Buona notizia ma attenzione agli abusi”

In: Associazioni

8 settembre 2016 - 12:19


Isabella_rusciano

(Jamma) – “Secondo l’opinione di alcuni “esperti” il giocatore patologico è una persona “a metà”, perché totalmente schiavo delle endorfine che si producono nel suo organismo quando punta, perde, vince, e poi riperde. Non c’è automatismo tra gioco e “patologia”, visto che solo un giocatore su 200 contrae il G.A.P., e statisticamente è la “dimensione” dell’assunzione di gioco ad assumere carattere determinante.

 

La scienza medica (che per decenni ha classificato anche l’omosessualità come malattia), oramai non ha più dubbi e quindi giustamente il G.A.P. deve essere affrontato dai medici. Ogni malattia, tuttavia, porta con sé un “corredo giuridico”, perché quando viene classificata come fattore che altera le capacità cognitive e decisionali dell’individuo impone un trattamento “diversificato” al soggetto che in tali condizioni commette dei reati.

 

Il nostro codice penale (improntato ad una “antica” filosofia oramai desueta, in virtù della quale chi sbaglia intanto paga e poi si vede come curarlo se pericoloso per sé o per gli altri) ha coniato un principio semplice per questi casi: “actio libera in causa”. In soldoni, il codice penale non si ferma di fronte allo stato di “incapacità”, ma verifica se il soggetto se la sia “procurata” da un originario stadio di capacità, oppure se la medesima abbia “incolpevole sorgente fisiologica”. Per tale ragione il drogato, l’ubriaco, ma anche l’ipnotizzato volontario che delinque risponde senza attenuanti delle sue azioni “come se fosse perfettamente lucido” .

 

E il giocatore patologico ? idem, risponde (per ora) la giurisprudenza penale, per la quale non vi è dubbio alcuno sul fatto che una persona sana che “contragga il G.A.P.” lo fa da persona “libera” di scegliere e “consapevole” delle conseguenze postume delle proprie scelte, ciò rendendo irrilevante lo stato di “incapacità” che possa aver condotto, per esempio, un direttore di banca a svuotare i conti dei clienti per giocarseli. I conti allora non tornano, e un approfondimento è d’obbligo: molto correttamente i “siti informativi” che illustrano il G.A.P. spiegano che siamo al cospetto di una “dipendenza senza sostanza”, ovvero di una “condizione” pari a quella del tossico-dipendente, provocata non da una sostanza esterna (che si può assumere volontariamente o incolpevolmente), ma da una condotta (che solo liberamente si può mettere in atto), che produce reazioni chimiche organiche che rendono il soggetto “tossico-dipendente” (la tossina, in questo caso, sono le “endorfine impazzite”).

 

Tra “malattia” e “dipendenza” la differenza è quindi inesistente sotto il profilo dell’obbligo di cura, e della riserva “medica” in cui il trattamento va collocato. “Enorme” è invece la differenza sulla profilassi (ovvero la prevenzione). Se il fattore comune ad entrambi i fenomeni è “l’informazione”, la profilassi per evitare una malattia è quella di stroncarne i “veicoli”, mentre tutte le dipendenze possono prevenirsi solo culturalmente, perché solo l’intelletto formato ti può consigliare di evitare tanto le sostanze “dannose”, quanto le “condotte” dannose.

 

Alla luce di questi approfondimenti come poter affrontare il dato secondo il quale, ad esempio, il 40% degli Italiani abusa di psicofarmaci, e altrettanti hanno il fegato malato per eccessiva assunzione di alcool e/o zucchero ? Vendere questi prodotti solo per 4 ore al giorno, risponderebbero i Sindaci che alle slot mettono il timer, oppure venderli solo in 3-4 strade della città risponderebbero gli Amministratori Regionali che “distanziano” le slot da cimiteri, bancomat, campi sportivi, uffici postali, ecc. Altri (che ancora credono nel libero arbitrio e sono convinti che l’actio libera in causa debba essere difesa) risponderebbero: radiare certi medici, cambiare i protocolli di vendita, iniziare dalle elementari a spiegare che la tutela della propria salute è un dovere civico a cui ogni persona deve provvedere in proprio, prima di essere un dovere che si possa delegare agli altri.

 

Ora che il G.A.P. è nei LEA, inizierà a “costare” ed è doveroso pensare a come “non svilupparlo”: il gioco, quindi, non deve sicuramente essere “aumentato-incitato-reclamizzato”, deve essere più “contenuto”, nonché “diversamente” messo a disposizione del pubblico, ma soprattutto deve essere “spiegato – illustrato – fatto conoscere” affinché possa essere “usato-assunto” nei modi (non dannosi) che 15 milioni di Italiani già fanno!”.

 

Avv. Isabella Rusciano (AsTro)

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